Qualche giorno fa, citando personcine poco simpatiche, dicevo che quando sento parlare di marketing virale, mi vien da metter mano alla pistola (che non ho, sia chiaro). Ora, come già detto nel caso delle cascate di Post-It di EepyBird, ci sono casi dai risultati eccellenti e dall’etica ineccepibile, perché è chiaro per tutti fin dall’inizio di che cosa si sta parlando (cioè di pubblicità).
Accanto a questi episodi, però, ci sono centinaia di “progetti di comunicazione” che rasentano la truffa (o quanto meno una pratica commerciale scorretta). Dai filmati in cui la pubblicità è occulta, a quelli spammati nei social netwok a suon di Share This; dalle classifiche di YouTube pompate da visite, commenti e voti falsi, alle finte “recensioni degli utenti”. È passato molto tempo dallo scandaloso post di Dan Ackerman Greenberg su TechCrunch, che candidamente elencava le bieche tecniche usate dalla sua azienda di viral marketing per procurare centinaia di migliaia di visite su YouTube ai video del suoi clienti.
Ai tempi il post aveva giustamente sollevato un polverone. A quasi un anno di distanza, pare che l’aver smascherato il meccanismo non abbia generato nel sistema gli anticorpi sperati dagli indignati commentatori del post.
Oh, chiariamoci: in questi campi ci sono, anche da noi, validi professionisti che sanno bene quel che fanno. Non era senz’altro uno di loro quello che, un po’ di tempo fa, ha lasciato nel blog di CHIP il commento che è all’origine di questo post.
Attaccato alla recensione di un prodotto che chiameremo nomeprodotto, fatto da un’azienda che chiameremo nomeazienda, mi trovo un nuovo commento, che recita così:
Da: Giorgio Omissis – Email: nomeprodotto@libero.it
L’ho comprato da poco per i miei due figli, ma in casa lo usiamo tutti… ho visto che sul sito ci sono dei video simpatici che spiegano tutto, li hanno messi anche su you tube, dateci un occhiata! http://it.youtube.com/user/[nomeazienda][nomeprodotto]
Ora, già il link alla pagina YouTube dell’azienda puzza un po’; l’indirizzo email non ne parliamo; quando ho verificato che l’indirizzo IP corrisponde a un’agenzia di comunicazione che – guardacaso – ha la sua sede molto vicino all’azienda in questione, il tanfo era così forte da farmi lasciare il commento in moderazione (le due aziende non stanno a Milano o in una grande città, dove una coincidenza simile è anche probabile).
Il signor Giorgio Omissis a quanto pare non ha mai postato in vita sua con questo nome su alcun sito, blog o forum censito da Google, ma gli ho in ogni caso scritto una mail nella quale mi dichiaravo disponibile ad approvare il commento, se solo mi avesse confermato di essere un utente “genuino”. Mi sarei fidato, ma non ho mai più avuto notizie del signor Giorgio Omissis, per cui il commento è ancora “in coda” (ormai ci sono affezionato).
I giornalisti che si sono abituati a “fare la tara” ai comunicati stampa, e a individuare il lavoro degli spin doctors, ora devono necessariamente imparare a distinguere i lettori veri da quelli farlocchi (certo che poi uno vede la Colonna Infame di Repubblica e perde la fiducia, lo so…). Io ho avuto vita facile, perché l’untore è stato così maldestro da usare un indirizzo email troppo evidentemente legato all’azienda, e non ha mascherato in alcun modo la sua connessione, ma in altri casi potrebbe non essere così semplice. Suzupearl elenca in un post alcune situazioni sospette, in cui capita sempre più spesso di riconoscersi (grazie a Nicola per la segnalazione).
