Quando ho sentito parlare della proposta leghista sulle classi differenziate per ragazzi immigrati, anch’io ho fatto un salto sulla sedia. La parola che rimbalzava in mente era “Apartheid”, e l’immagine quella della Guardia Nazionale americana che scortava i ragazzi neri a scuola per garantire il loro diritto all’integrazione. Qualcosa però non mi tornava, e in fin dei conti le lamentele di alcuni genitori sulle difficoltà che si incontrano in una classe con molti bambini che non parlano italiano non mi parevano poi fuori dal mondo.
Poi ho letto l’illuminante post La scuola di Pippo e il suo corollario, A Yu, in cui Leonardo spiega da “dentro la scuola” come vengono composte le classi e di come (non) funzionano le classi con un’alta percentuale di immigrati. Da lì sono passato a leggere da Massimo come le classi americane con “English As A Second Language” in realtà siano uno strumento di integrazione. A quel punto mi son chiesto: che abbiano davvero ragione i leghisti? Possibile?
Forse, però poi mi sono ricordato anche di aver letto da Gilioli chi è Paola Goisis, firmataria della proposta, e mi sono ricordato una vecchia lezione: non puoi fidarti di chi dice cose giuste per i motivi sbagliati.
